La domanda è arrivata abbastanza presto: Apidya era davvero così difficile oppure nel frattempo i nostri riflessi hanno cominciato a chiedere il part-time? Apidya’ Special concede poco tempo per risolvere il dubbio. Il classico Amiga tornato su PC e console conserva infatti l’impostazione dello shoot ’em up orizzontale del 1992, con nemici, ostacoli e boss da affrontare secondo una logica che appartiene senza equivoci alla vecchia scuola. Team Apidya ha ricostruito il gioco da zero anziché affidarsi all’emulazione, recuperando anche materiale legato a una conversione console rimasta incompiuta. Il risultato mantiene ben visibile la propria provenienza e soprattutto una severità che, nella nostra prova, ci ha fatto seriamente dubitare della memoria con cui ricordavamo certi sparatutto dell’epoca.
La storia continua a essere un pretesto perfettamente coerente con quegli anni: Ikuro deve salvare la moglie Yuri e finisce per affrontare l’impresa nelle sembianze di un’ape. Da quel momento dominano volo, proiettili e un mondo naturale ingigantito fino a trasformare prati, stagni e altre creature in un campo di battaglia. La parentela con la scuola di Gradius emerge soprattutto nel sistema di potenziamento, mentre l’ambientazione evita la consueta fantascienza spaziale e sfrutta la prospettiva minuscola del protagonista per dare personalità a scenari altrimenti quotidiani. Pubblicato da Inin Games su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch e Steam, lo abbiamo giocato su PlayStation 5, ritrovando una formula molto semplice da capire e decisamente meno semplice da dominare.

Il problema non è sparare, è arrivarci preparati
La struttura rimane quella di uno shoot ’em up orizzontale molto diretto. I nemici sconfitti possono lasciare fiori che alimentano una sequenza di potenziamenti dalla quale scegliere velocità, differenti tipi di fuoco, laser, supporti e protezioni. Il principio arriva chiaramente dalla tradizione inaugurata da Gradius: raccogliere una risorsa non assegna automaticamente un miglioramento, perché bisogna decidere fino a quale voce della barra arrivare prima di attivarla. È una regola immediata che aggiunge comunque una componente di gestione a un’azione altrimenti essenziale, visto che spendere subito quanto raccolto oppure attendere un’opzione più avanzata cambia l’arsenale disponibile. La semplicità dei comandi non coincide quindi con assenza di decisioni, perché una parte importante del gioco consiste proprio nel preparare Ikuro a ciò che arriverà poco dopo.
A colpire maggiormente, però, è ancora la difficoltà. Nella nostra prova Apidya’ Special si è dimostrato decisamente più impegnativo di quanto il ricordo suggerisse, tanto da far nascere il sospetto che il problema non fosse soltanto il gioco. La struttura appartiene a un’epoca nella quale imparare una sequenza, sbagliare e tornare sullo stesso passaggio faceva normalmente parte dell’esperienza, e il remake non nasconde questa provenienza. Team Apidya ha però inserito impostazioni dedicate alla difficoltà, alle vite, ai continue e alla conservazione dei progressi dopo la morte, permettendo di intervenire su diversi aspetti della severità originale. Il materiale del 1992 rimane quindi al centro, ma viene affiancato da strumenti che consentono di affrontarlo con regole meno rigide senza dover necessariamente accettare ogni vecchia convenzione.

Due modi di guardare lo stesso 1992
La ricostruzione grafica segue una filosofia analoga. Apidya’ Special propone una modalità widescreen con pixel art ricostruita e nuovi effetti di parallasse, affiancata dalla presentazione 4:3 che richiama più direttamente quella dell’originale. A queste si aggiungono effetti CRT opzionali, fra scanline, shadow mask e phosphor bloom, pensati per simulare alcune caratteristiche dei vecchi display. Non si tratta quindi soltanto di adattare il gioco a una risoluzione moderna, perché Team Apidya mette a disposizione differenti modi di recuperare la sua estetica e lascia convivere la versione ridisegnata con una presentazione volutamente più fedele al passato. È un’impostazione che chiarisce bene la natura del progetto: ricostruire Apidya senza nasconderne l’età, permettendo anzi di scegliere quanto quella provenienza debba essere evidente sullo schermo.
Gli scenari conservano a loro volta una delle scelte che distinguevano già Apidya da molti contemporanei. Invece dello spazio profondo troviamo cinque mondi tematici che comprendono prati, stagni, fogne, ambientazioni tecnologiche e il covo finale, popolati da creature e ostacoli costruiti attorno alle dimensioni ridotte del protagonista. Animali e insetti normalmente innocui diventano così presenze gigantesche, mentre elementi naturali assumono proporzioni sufficienti a trasformarsi in parte integrante dei percorsi. È un immaginario che continua a rendere il gioco immediatamente riconoscibile, soprattutto in un genere storicamente dominato da astronavi, flotte aliene e strutture meccaniche. Anche quando cambia registro, Apidya’ Special conserva quindi una componente visiva sufficientemente eccentrica da non sembrare uno shmup rétro intercambiabile con molti altri.
Il recupero può essere accostato, per filosofia più che per risultati, a quanto visto con X-Out: Resurfaced, un altro shooter europeo riportato sul mercato senza cancellare i tratti che ne rendevano immediatamente riconoscibile la provenienza. Nel caso di Apidya’ Special questo rapporto con il passato viene dichiarato ancora più apertamente dalla possibilità di alternare presentazioni differenti, mantenendo la struttura degli stage e conservando elementi che oggi risultano inevitabilmente più spartani rispetto agli shmup contemporanei. Il remake non tenta quindi di trasformare ogni caratteristica in qualcosa di moderno, ma lavora soprattutto sul modo in cui quel materiale può essere presentato oggi. È una distinzione importante, perché spiega tanto le aggiunte quanto ciò che Team Apidya ha preferito lasciare sostanzialmente intatto.

Hülsbeck non ha perso il tocco
Se la difficoltà ci ha fatto discutere con la nostra carta d’identità, sulla musica le idee sono state molto più chiare: è bellissima. Chris Hülsbeck torna con nuove versioni in studio delle composizioni originali e rimane una delle ragioni più immediate per alzare il volume. Chi conosce Turrican, Katakis o la stessa versione Amiga di Apidya sa quanto il suo nome sia legato alla scena europea dell’epoca, ma non serve necessariamente quella memoria per apprezzare brani ancora capaci di dare energia all’azione. Le melodie acquistano una veste più piena senza perdere il carattere che le rendeva riconoscibili e possono convivere con il materiale sonoro storico. Il remake permette quindi di giocare anche su questo contrasto fra vecchio e nuovo, ma la qualità delle composizioni rimane evidente indipendentemente dalla nostalgia.
Team Apidya ha ampliato anche il contenuto rispetto alla vecchia edizione. La cooperativa locale introduce una seconda ape dotata di proprie armi, mentre eventi casuali come la Night Mode possono modificare alcune situazioni attraverso varianti specifiche. Cinque mondi, fino a cinque livelli per area, venti boss e sezioni speciali nascoste completano un impianto che continua comunque a ragionare secondo la struttura compatta dello shoot ’em up classico. Le aggiunte non trasformano Apidya’ Special in una produzione costruita attorno a progressioni permanenti o sistemi da alimentare per decine di ore, perché il centro rimangono gli stage e la possibilità di tornarci per conoscerli meglio. Anche la cooperativa segue questa logica: allarga le modalità con cui affrontare il gioco senza alterare il modello sul quale è stato costruito.
Il punto, alla fine, sta proprio nel rapporto fra conservazione e adattamento. Team Apidya non ha utilizzato personaggi e ambientazioni del 1992 per costruire uno shmup completamente diverso, ma ha rimesso in circolazione quella stessa idea affiancandole presentazione widescreen, opzioni CRT, regolazioni della difficoltà, cooperativa e contenuti supplementari. La nostra prova ci ha lasciato soprattutto due certezze: Apidya’ Special sa ancora essere tremendamente impegnativo e Chris Hülsbeck continua a fornire un accompagnamento musicale magnifico. Tutto il resto ruota attorno a un progetto profondamente legato alla propria epoca, con meccaniche essenziali e una concezione della sfida che può apparire severa anche oggi. Proprio questa fedeltà ne limita inevitabilmente l’ampiezza, ma preserva anche quella personalità che un rifacimento molto più invasivo avrebbe rischiato di cancellare.

