L’orrore può nascondersi anche dietro una schermata colorata, un esercizio di matematica e il suono insistente di un timer. Ba Bị, titolo sviluppato da BaBị Electric e pubblicato da Okasan’s Recipe, è disponibile su PC tramite Steam con una formula che intreccia folklore vietnamita, sfide a tempo e l’estetica inquietante di un vecchio software educativo dei primi anni Duemila.
Il gioco prende il nome da Ba Bị, figura dell’immaginario popolare vietnamita usata per spaventare i bambini disobbedienti: un’ombra che porta via chi non si comporta bene. In Ba Bị, questa paura infantile diventa il centro di una prova distorta, nella quale si interpreta uno dei quattro bambini catturati dalla creatura. L’obiettivo non è semplicemente fuggire, ma dimostrare di essere un “bravo bambino” superando un test crudele entro un limite di 15 minuti.
Il voto perfetto come promessa di salvezza
La struttura di Ba Bị parte da un’idea semplice e perturbante: per sopravvivere bisogna superare nove parti dell’esame imposto dal mostro. Le prove assumono la forma di minigiochi ispirati a materie scolastiche come biologia, matematica e storia, ma anche a passatempi familiari come campo minato, sasso-carta-forbici e l’impiccato. Elementi apparentemente innocui vengono così piegati dentro un contesto di punizione, trasformando l’apprendimento in una minaccia.
Il timer è il vero strumento di pressione. Ogni errore pesa, ogni esitazione avvicina alla conseguenza promessa da Ba Bị, e il gioco lavora proprio sul contrasto tra interfaccia giocosa e tensione psicologica. La paura non arriva soltanto dall’aspetto della creatura, ma dall’idea di dover essere all’altezza di un’aspettativa esterna, quasi adulta, dove il valore del bambino viene misurato attraverso risultati, disciplina e obbedienza.
Un horror costruito come un ricordo corrotto
L’identità visiva di Ba Bị richiama volutamente i programmi educativi di un’altra epoca, con quella combinazione di semplicità grafica, rigidità dell’interfaccia e straniamento che molti horror indipendenti hanno imparato a usare come materia narrativa. Il gioco sembra voler recuperare la sensazione di un software dimenticato, apparentemente pensato per insegnare qualcosa, ma contaminato da una presenza ostile che ne altera le regole dall’interno.
La componente roguelike emerge dal ciclo di tentativi, prove e conseguenze, mentre l’elemento folklorico dà al progetto una radice culturale precisa. Ba Bị non si limita a usare l’uomo nero come figura generica, ma rielabora una paura tramandata attraverso racconti familiari, ammonimenti e minacce dette sottovoce ai bambini. Il risultato è un horror compatto ma riconoscibile, in cui l’infanzia non viene evocata come rifugio nostalgico, ma come luogo di giudizio, ansia e memoria distorta.
Il gioco introduce anche la possibilità di personalizzare l’avatar del bambino, rafforzando l’idea di un test rivolto direttamente al giocatore. In fondo, la promessa di Ba Bị è tutta in questa inversione: non si tratta di osservare da fuori una vecchia leggenda, ma di trovarsi dentro il ruolo di chi avrebbe dovuto “comportarsi bene”. E quando il cronometro comincia a correre, la differenza tra un compito scolastico e una condanna diventa molto più sottile di quanto sembri.






