Rivedere Bubsy protagonista di un platform 3D nel 2026 è un’esperienza che richiede qualche secondo di assestamento, come quando una vecchia mascotte bussa alla porta con una tuta spaziale, un sorriso troppo sicuro e la frase “questa volta andrà benissimo”. Bubsy 4D, sviluppato da Fabraz e pubblicato da Atari, arriva su Nintendo Switch, Nintendo Switch 2, PlayStation 4, PlayStation 5, Xbox One, Xbox Series X|S e Steam; la versione provata è quella PlayStation 5. Il gioco rimette in scena la lince rossa più impertinente del platform occidentale in un’avventura 3D fatta di salti, planate, arrampicate, rotolate a palla di pelo, pecore robot e Woolies ancora una volta fin troppo interessati alla lana. La base è quella di un platform a livelli, con collezionabili, costumi, sfide a tempo, classifiche online e un tono comico che conosce benissimo l’ingombrante curriculum del protagonista.
Fabraz compie una scelta furba: invece di fingere che la storia della serie sia un corridoio immacolato, trasforma la reputazione di Bubsy in parte dello spettacolo. L’ombra di Bubsy 3D aleggia come un vecchio poster appeso male, e il gioco la usa per costruire una commedia autoironica, dove la mascotte viene trattata come un personaggio logorato, vanitoso, convinto di avere ancora una fanbase pronta ad accoglierlo con cori da stadio. Attorno a lui si muovono Terri, Terry, Virgil e Oblivia, in una dinamica da cartone animato in cui tutti sembrano consapevoli di partecipare a un ritorno improbabile, quasi una riunione di famiglia in cui qualcuno ha portato la pecora robotica sbagliata.
La lince che ride del proprio curriculum
La premessa è volutamente assurda: i Woolies rapiscono le pecore del pianeta, le pecore si ribellano, tornano come BaaBot e Bubsy finisce coinvolto perché la faccenda minaccia ciò che considera più prezioso. La lana, naturalmente. In termini di motivazione eroica siamo lontani dalla caduta di Gondor, ma il gioco lo sa e si diverte a spingere sul lato più ridicolo della faccenda. I mondi alieni diventano così palcoscenici pieni di colore, boss meccanici e gag che oscillano tra battute riuscite e freddure capaci di far invecchiare un’intera tavolata.
Il tono funziona quando abbraccia senza vergogna la natura sgangherata del personaggio. Alcune battute colpiscono perché giocano con la memoria della serie e con l’idea stessa di riportare Bubsy al centro della scena; altre finiscono nel territorio del gioco di parole da zio durante il pranzo di Natale, con il cane che guarda altrove per pudore. Eppure l’insieme mantiene una coerenza sorprendente. Bubsy 4D ha una voce buffa, rumorosa, a tratti invadente, ma raramente fredda. La sua comicità non maschera la struttura: la accompagna, la punzecchia, ogni tanto inciampa e poi riparte con la faccia di chi ha appena detto “tutto calcolato”.
Correre, planare e sperare nella telecamera
La parte più solida arriva dal movimento. Bubsy salta, plana, si arrampica sulle pareti, respinge nemici e può trasformarsi in una palla di pelo pronta a rotolare a velocità preoccupante. Fabraz porta nel progetto una sensibilità già vista in Demon Turf, con un’attenzione chiara al ritmo della traversata, alla lettura della traiettoria e alla ripetizione dei livelli per migliorare tempi e percorsi. Quando il level design concede spazio, Bubsy 4D trova una bella elasticità: si prende slancio, si corregge una traiettoria, si sfrutta una parete, si cerca una scorciatoia e si comincia a trattare la lince come un mezzo di trasporto non omologato.
La struttura sostiene questa vocazione con percorsi alternativi, collezionabili, progetti segreti, costumi e sfide a tempo. Il completamento base resta accessibile, mentre la ricerca dei record richiede maggiore precisione. Le classifiche online e i dati fantasma spingono verso una lettura più tecnica dei livelli, trasformando ogni scenario in un piccolo laboratorio di ottimizzazione pelosa. La forma a palla di pelo è l’elemento più caratteristico: inizialmente scivola con la dignità di un carrello della spesa in discesa, poi diventa uno strumento divertente per concatenare velocità, rischio e controllo.
I problemi emergono quando il gioco restringe troppo gli spazi o spinge sulla verticalità. In quelle situazioni la telecamera non sempre accompagna l’azione con la grazia necessaria e alcune piattaforme chiedono una precisione che il sistema non sostiene in modo impeccabile. Per chi vuole soltanto arrivare alla fine dei livelli, le frizioni restano tollerabili. Per chi punta a tempi migliori e medaglie, ogni piccola incertezza diventa più evidente, perché ripetere una sezione significa anche rivedere lo stesso difetto tornare in scena con la puntualità di Bubsy davanti a un microfono.
Cartone, jazz e pecore con cattive intenzioni
La direzione artistica sceglie un gusto volutamente artigianale e caricaturale. Pianeti alieni, strutture di cartone, texture lanose, macchinari improbabili e animazioni esagerate costruiscono un’identità visiva che guarda ai platform di fine anni Novanta senza limitarsi alla nostalgia da scaffale impolverato. Gli ambienti non inseguono il realismo, scelta saggia: un Bubsy realistico sarebbe una minaccia da contenere con ordinanza internazionale. Il gioco preferisce scenari colorati e leggibili, costruiti attorno al movimento e pieni di dettagli buffi, anche se non tutti i mondi mantengono la stessa brillantezza.
La colonna sonora di Fat Bard accompagna l’avventura con jazz, electro-swing, ritmi funky e una buona dose di energia da cartone animato spaziale. I brani sostengono bene l’azione e danno personalità alle sfide contro i BaaBot, mantenendo un passo vivace durante una campagna non troppo lunga. Bubsy, come previsto da qualche antico patto tra mascotte e pazienza umana, parla spesso. La presenza di opzioni per regolare la frequenza dei commenti è quindi una scelta sensata e quasi misericordiosa. La modalità opzionale con controlli tank, invece, sembra una reliquia lasciata lì per ricordare da quale dimensione storica si sta tentando di scappare.
Su PlayStation 5 l’esperienza è generalmente fluida e reattiva. I comandi rispondono bene nella maggior parte delle situazioni e la campagna procede senza intoppi tecnici gravi. Le criticità principali riguardano il design di alcune sezioni, la telecamera e la gestione della velocità nelle aree più strette. Bubsy 4D dà il meglio quando lascia spazio al movimento, alla planata e alla sperimentazione; diventa meno convincente quando chiede precisione in ambienti che sembrano progettati da qualcuno con grande fiducia nella telecamera, fiducia che la telecamera non sempre ricambia.
La durata contenuta aiuta a mantenere vivo il ritmo, evitando che l’avventura esaurisca troppo presto le proprie gag e le proprie soluzioni di movimento. Collezionabili, sfide a tempo, costumi, potenziamenti e classifiche online spostano il peso sulla rigiocabilità, trasformando i livelli in percorsi da ripulire, accorciare e padroneggiare con crescente precisione. Chi vuole arrivare ai titoli di coda può godersi l’assurdità del viaggio senza troppe pressioni, mentre chi punta ai tempi migliori trova spazio per studiare traiettorie, tagliare curve e rosicchiare secondi, possibilmente dopo aver firmato un armistizio provvisorio con la telecamera.
La cosa quasi comica è che questo ritorno riesce a stare in piedi senza vivere soltanto di battute sulla reputazione della serie. Bubsy 4D non prova a misurarsi con i grandi platform 3D moderni per ampiezza o rifinitura, ma trova una scala più adatta alle proprie ambizioni: colorata, veloce, autoironica e abbastanza elastica da valorizzare salti, planate e rotolate. I difetti restano chiari, tra sezioni verticali meno fluide, qualche battuta da nascondere sotto il tappeto e una gestione della velocità che richiede adattamento. Eppure l’insieme funziona più spesso del previsto. Per una mascotte ricordata a lungo come una barzelletta con le orecchie, è già una piccola vendetta in pelliccia rossa.








