Capcom racconta il passaggio dallo sviluppo autoriale ai team per proteggere le sue serie storiche

La longevità di una serie videoludica non dipende soltanto dalla forza del suo nome, ma anche dalla capacità di sopravvivere ai cambi generazionali, ai passaggi interni e all’inevitabile uscita di scena delle figure creative che l’hanno resa celebre. In occasione del 43º anniversario di Capcom, celebrato l’11 giugno, il presidente e COO Haruhiro Tsujimoto ha raccontato a Famitsu uno dei cambiamenti più importanti nella storia recente della compagnia: il passaggio da uno sviluppo fortemente legato ai singoli autori a una struttura più collettiva, fondata sui team.

Secondo Tsujimoto, questa trasformazione ha contribuito in modo decisivo alla capacità di Capcom di mantenere vive proprietà come Monster Hunter, Resident Evil e Street Fighter. Nel corso dei decenni, queste serie hanno continuato a generare nuovi capitoli di successo senza restare bloccate dall’assenza di una singola figura creativa. Per l’azienda, il punto centrale era proprio evitare che il futuro di un franchise dipendesse in modo eccessivo dalle idee, dalla disponibilità o dalla permanenza di un solo sviluppatore.

Dal peso del singolo autore alla continuità dei team

Tsujimoto ha spiegato che nell’industria videoludica, quando un titolo diventa una serie, può finire per dipendere in modo quasi esclusivo da uno specifico sviluppatore. In quel caso, se quella persona non realizza un nuovo capitolo, il franchise rischia di fermarsi o di perdere direzione. Capcom stessa ha funzionato a lungo secondo questa logica, ma la compagnia ha iniziato a percepirne i limiti, soprattutto come società quotata e quindi chiamata a garantire continuità, responsabilità verso gli azionisti e stabilità produttiva.

Il cambiamento non è stato imposto dall’alto in modo improvviso. Tsujimoto ha raccontato che l’azienda discusse la questione con le figure centrali dei vari franchise, arrivando alla conclusione che fosse necessario abbandonare quell’approccio. L’idea successiva fu quella di ricostruire ogni titolo quasi dalle fondamenta, accettando anche il rischio di un temporaneo calo delle vendite. Il passaggio allo sviluppo guidato dai team avrebbe però cambiato profondamente Capcom, permettendo di distribuire conoscenze, metodo e responsabilità su gruppi più ampi.

Un modello pensato per franchise e nuove proprietà

Per Tsujimoto, il risultato di questa scelta è ormai evidente. Capcom riesce a produrre con regolarità nuovi episodi delle sue proprietà più importanti perché il sapere accumulato dai team viene trasmesso da una generazione all’altra. La continuità non nasce più dalla sola permanenza di una firma, ma da una cultura produttiva condivisa, capace di mantenere l’identità del franchise pur consentendo aggiornamenti, cambi di prospettiva e nuove direzioni.

Il presidente ritiene che questo modello sia importante anche nello sviluppo di nuove proprietà intellettuali. In questo senso, Pragmata, già disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch 2 e PC tramite Steam, viene indicato come un esempio della struttura orientata al lavoro di squadra che Capcom ha progressivamente consolidato. Il discorso non riguarda quindi soltanto la tutela di marchi già affermati, ma anche la possibilità di creare nuovi progetti senza dipendere interamente da un singolo nome riconoscibile.

La riflessione tocca però un tema più ampio dell’industria. I giochi guidati in modo forte da una personalità autoriale, come spesso accade con figure quali Hideo Kojima, Yoko Taro o Hideki Kamiya, possono generare comunità molto fedeli proprio perché percepiti come espressione diretta di una visione individuale. Allo stesso tempo, per un’azienda, questa dipendenza può diventare un rischio quando il creatore lascia lo studio, si ritira o decide di fondare una realtà indipendente.

Proprio Kamiya, veterano Capcom e volto legato a un’idea molto personale di game design, ha espresso in passato il proprio rammarico per un’industria sempre più orientata al prodotto e meno al creatore. La fondazione dello studio Clovers nasce anche da questa volontà di proteggere giochi capaci di riflettere maggiormente l’individualità dei loro autori. La posizione di Capcom, per contro, racconta una logica diversa: meno centrata sul culto della firma e più interessata alla sopravvivenza industriale dei franchise. È una tensione destinata a restare centrale nel videogioco contemporaneo, diviso tra l’esigenza di preservare grandi marchi e il desiderio di non perdere del tutto la forza delle visioni più personali.

Fonti consultate: Automaton West.

Gamezilla

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