La frusta era già in mano quando ho capito che non sarebbe stata una semplice caccia al tesoro. C’erano troppi simboli sbagliati, troppi nomi sussurrati sottovoce, e un silenzio che sapeva di trappola. Le mie avventure non sono mai state lineari: sono passate attraverso templi maledetti, città divorate dall’ambizione e nemici convinti di poter usare l’occulto come un’arma qualunque. Tornare oggi a Earnest Evans Collection significa riaprire quelle pagine ingiallite, dove pulp, mistero e immaginario anime si intrecciavano senza chiedere permesso, e dove io non ero mai davvero al centro del mondo, ma sempre abbastanza vicino da esserne travolto. La raccolta, sviluppata originariamente da Wolf Team e oggi proposta da Limited Run Games su PlayStation 5, PlayStation 4, Nintendo Switch e PC, riunisce tre storie che condividono lo stesso mondo ma non lo stesso equilibrio: El Viento, Earnest Evans e Annet Returns. Nati tra Mega Drive e Sega CD, questi giochi non sono mai stati comodi nemmeno allora, figuriamoci oggi: eppure conservano un’energia ruvida, fatta di sperimentazione, immaginario anime e una certa ostinazione nel voler sembrare più grandi dei propri limiti tecnici. Questa non è una celebrazione indulgente del passato, ma un ritorno sul campo, con tutte le cicatrici ben visibili.
Dal boomerang alla frusta: tre modi di sopravvivere allo stesso mondo
Se c’è una cosa che questa raccolta mette a nudo è l’instabilità tecnica su cui poggia la mia storia. In El Viento non sono io al centro dell’azione, ma Annet, e questo si riflette immediatamente nel controllo: il boomerang ha una traiettoria leggibile, la magia risponde con precisione e il salto, pur rigido, è affidabile. Il level design è costruito per mettere pressione senza disorientare, con schermate compatte, nemici posizionati in modo funzionale e una progressione che chiede memorizzazione più che improvvisazione. È un action severo, figlio dell’epoca, ma tecnicamente coerente, dove ogni errore è quasi sempre attribuibile al giocatore.
Quando invece entro in scena io, in Earnest Evans, la struttura si fa fragile. La frusta, simbolo e condanna, soffre di un sistema di collisioni impreciso, con hitbox difficili da interpretare e animazioni segmentate che spezzano il flusso dell’azione. Il personaggio è composto da parti che sembrano muoversi in ritardo l’una rispetto all’altra, e questo rende il tempismo dei salti e degli attacchi una questione di tentativi più che di abilità pura. Anche il ritmo degli stage ne risente: livelli brevi, spesso confusi, alternano sezioni banali a passaggi punitivi senza una vera curva di apprendimento. È il capitolo che più espone i limiti tecnici di Wolf Team, ma anche quello che racconta meglio la loro ambizione: spingersi oltre l’action tradizionale, pagando il prezzo di un sistema che non riesce a sostenere le proprie idee.
Annet Returns prova a risolvere il problema cambiando completamente grammatica. Il passaggio al beat ’em up porta con sé una lettura immediata dello spazio e dei nemici, ma introduce nuove rigidità: il feeling dei colpi è poco incisivo, le animazioni risultano meno fluide rispetto alle aspettative e la varietà degli avversari è più estetica che funzionale. Il sistema di combattimento è semplice, quasi elementare, e non sempre restituisce quella sensazione di controllo che dovrebbe essere centrale nel genere. Tuttavia, la maggiore chiarezza visiva e la progressione lineare rendono questo episodio più accessibile, pur senza elevarlo tecnicamente sopra i precedenti.
Quando le immagini e la musica raccontano meglio di noi
È sul piano audiovisivo che questa trilogia riesce ancora a difendersi con una certa autorevolezza. Le sequenze animate di Earnest Evans e Annet Returns, realizzate da MADHOUSE, non sono semplici ricompense tra un livello e l’altro, ma veri momenti di regia. In esse il mondo prende forma con una chiarezza che il gameplay fatica a raggiungere: movimenti fluidi, espressività dei volti, montaggio che suggerisce tensione e dramma. Tecnicamente parlando, sono il punto in cui l’hardware del Sega CD viene sfruttato per colmare i limiti dell’azione in tempo reale, offrendo una narrazione che vive di immagini più che di interazione.
La musica di Motoi Sakuraba svolge un ruolo altrettanto strutturale. Le sue composizioni non si limitano a sostenere l’azione, ma ne compensano le mancanze, dando continuità emotiva a capitoli disomogenei. I temi riescono a dare respiro anche alle sezioni più macchinose, mentre le tracce più incalzanti mascherano la ripetitività di certi scontri. Dal punto di vista tecnico, l’uso del suono è intelligente: la colonna sonora guida il ritmo quando il level design non riesce a farlo, trasformando sequenze irregolari in momenti comunque memorabili. È uno di quei rari casi in cui l’audio diventa un vero strumento di design, più che un accompagnamento.
Rimettere mano al passato senza riscriverlo
La conversione moderna sceglie una strada prudente ma efficace. I salvataggi rapidi e la funzione di riavvolgimento non riscrivono le meccaniche, ma le rendono finalmente praticabili, soprattutto nei passaggi più ostici di Earnest Evans. Non eliminano l’attrito, ma lo trasformano in qualcosa di gestibile, evitando che la frustrazione tecnica prenda il sopravvento sull’esperienza. Dal punto di vista dell’emulazione, su PlayStation 5 l’immagine è stabile, pulita e coerente con l’originale, senza filtri invasivi né tentativi di “modernizzazione” forzata.
I contenuti extra – manuali, bozzetti, illustrazioni – assumono qui un valore quasi documentaristico. Mostrano ciò che il codice non riusciva a esprimere e chiariscono molte delle scelte artistiche e narrative che, all’epoca, restavano solo suggerite. È un lavoro di preservazione più che di correzione, che accetta i limiti tecnici come parte integrante dell’identità dell’opera. Earnest Evans Collection non è una raccolta accomodante, né pretende di esserlo. È un ritorno su un terreno instabile, dove ogni passo può essere incerto, ma dove proprio quell’instabilità racconta un’epoca in cui sperimentare era più importante che rifinire. Io ci sono passato, e so bene che non tutte le spedizioni finiscono in gloria. Alcune, però, meritano di essere ricordate esattamente così come sono state.








