Everdark: Undead Apocalypse entra in scena come entrano i vampiri nei vecchi film: senza fretta, ma con la certezza di avere già vinto metà della notte. Le strade sono vuote, le finestre sembrano guardare dall’interno, il neon trema come una vena sotto pelle e ogni vicolo trattiene il respiro in attesa del prossimo grido. Sviluppato da ESDIP Games e pubblicato da Everdark Labs insieme a Dojo System, con edizione fisica per PlayStation 5 affidata a Tesura Games, il gioco è disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC tramite Steam. La versione provata è quella PlayStation 5, e il suo sangue ludico si riconosce subito: uno sparatutto horror in prima persona che affonda i denti nei B-movie vampirici degli anni Ottanta, mescolando azione rapida, sopravvivenza, esplorazione e un arsenale che va dall’arma da fuoco al più classico dei paletti.
La premessa è semplice, e proprio per questo efficace. Una città è stata inghiottita da un’epidemia notturna popolata da vampiri, creature che non si limitano a cadere sotto i colpi ma pretendono un rituale finale, una conferma brutale della loro morte. Sparare non basta: bisogna finire il lavoro, inchiodare il mostro al suo destino e assicurarsi che il cuore non torni a battere nell’ombra. Everdark: Undead Apocalypse costruisce attorno a questa idea un horror shooter che non reinventa il genere, ma sa almeno dargli una cadenza feroce, gotica e abbastanza personale da non sembrare un cadavere riciclato da altri tempi.
Piombo, paletti e disciplina della caccia
Il cuore dell’esperienza pulsa nel combattimento. Le armi da fuoco hanno un peso soddisfacente, i colpi restituiscono una certa brutalità e l’azione trova una sua identità soprattutto nel momento in cui costringe a pensare oltre il semplice abbattimento del nemico. I vampiri non sono bersagli qualsiasi: vanno fermati, indeboliti, poi finiti nel modo giusto. Il paletto di legno non è un vezzo folkloristico, ma una meccanica centrale che conferisce agli scontri un ritmo particolare, quasi da esecuzione. Su questa base si innestano croci, acqua santa, aglio e armi corpo a corpo, componendo un arsenale che sa sfruttare bene l’immaginario vampiresco senza ridurlo a semplice decorazione.
La parte più riuscita del gioco sta proprio nel modo in cui combina impulso e controllo. Da una parte c’è il piacere immediato del first person shooter: entrare in una stanza, svuotare il caricatore, farsi largo tra corridoi e ambienti infestati. Dall’altra resta la necessità di amministrare risorse, munizioni e salute con una prudenza più tipica del survival horror classico. È un equilibrio che funziona per buona parte del tempo, perché evita sia la passività del terrore puramente atmosferico sia la deriva da shooter senza nervi. Quando il gioco trova il passo giusto, ogni stanza diventa una piccola prova di sangue freddo: sparare al momento giusto, conservare un colpo, scegliere se rischiare il corpo a corpo o mantenere distanza.
La città infetta respira bene, anche con qualche cicatrice
Sul piano estetico Everdark: Undead Apocalypse sa come mettere in scena il proprio vampirismo. L’impianto visivo pesca a piene mani dall’iconografia anni Ottanta, tra luci al neon che fendono il buio, ombre profonde, ambienti saturi di umidità e un gusto generale per la sporcizia atmosferica. La città non ha il fascino aristocratico del castello gotico tradizionale: è più vicina a un quartiere marcito dal male, a un inferno urbano che ha sostituito il velluto con il cemento, i lampadari con insegne intermittenti, i mantelli con denti e carne. Questo spostamento funziona, perché dà all’opera una consistenza da horror di confine, a metà tra il racconto vampiresco e il survival da strada maledetta.
Le inevitabili rugosità produttive non mancano. Alcune texture sono modeste, certe animazioni mostrano il fianco e non tutti gli elementi visivi mantengono la stessa qualità. Ma il gioco riesce spesso a sopravvivere a queste mancanze grazie alla tenuta del tono. Anche il comparto sonoro, pur con qualche incertezza nel doppiaggio e nel mixaggio, sostiene abbastanza bene l’insieme: rumori ambientali, echi, aperture improvvise della violenza e un’atmosfera acustica che cerca di tenere il giocatore sempre in bilico tra allerta e attacco. In un progetto di questa scala, è già una qualità rilevante.
Un morso deciso, ma ancora lontano dalla perfezione
Dove il gioco comincia a mostrare limiti più concreti è nella continuità del ritmo e nella misura delle sue frustrazioni. I checkpoint, in particolare, sanno essere più punitivi che davvero intelligenti, e in alcune sezioni la morte improvvisa produce fastidio prima ancora che tensione. È una differenza importante. In un horror action di questo tipo la severità può essere un valore, ma deve sempre sembrare parte di una logica chiara. Quando invece si trasforma in semplice arretramento forzato, il morso perde eleganza e resta soltanto la seccatura di dover ripetere passaggi non abbastanza vari per meritare da soli un nuovo giro di sangue.
Anche sul piano dell’identità più profonda, Everdark: Undead Apocalypse resta un titolo che convince più per carattere che per innovazione. L’idea di un horror shooter vampiresco con elementi survival e un immaginario B-movie così esplicito gli permette di ritagliarsi un volto preciso, ma non basta a sollevarlo davvero oltre il livello del “buon esordio di nicchia”. Il gioco sa menare, sa costruire atmosfera, sa tenere viva una tensione intermittente; al tempo stesso non spinge mai abbastanza oltre le proprie fondamenta da trasformarsi in qualcosa di veramente inatteso. È un primo capitolo che promette più di quanto compia, e forse è anche giusto così: ha la fame del debutto, non ancora la piena autorità della saga.
Il prezzo contenuto contribuisce a collocarlo nella sua giusta cornice critica. Questo non assolve i difetti, ma aiuta a leggere con maggiore equilibrio una produzione che sa bene di non potersi presentare come gigante del genere. Il punto è che Everdark: Undead Apocalypse non ha bisogno di fingersi tale. Funziona proprio quando accetta la propria natura di horror shooter compatto, gotico, sanguigno, con un’identità sufficientemente marcata da giustificare il viaggio anche senza toccare vette memorabili. Per chi sente nostalgia di una certa estetica vampiresca sporca, affamata e senza troppe raffinatezze da salotto, il richiamo è reale. Per chi cerca la reinvenzione del genere, la notte qui finirà un po’ troppo presto.








