La claustrofobia del mare profondo, l’orrore dei non morti e il gusto per il survival horror più severo si incontrano in Heavy Metal Death Can, nuovo progetto di Krufs Productions in arrivo il 28 maggio su PC attraverso Steam. Il gioco si presenta come un’esperienza apertamente modellata sui classici del genere degli anni Novanta, ma spostata dentro uno scenario meno battuto del solito: un sottomarino della Guerra fredda sprofondato nel Mare di Norvegia, dove ogni corridoio, ogni porta e ogni rumore sembrano stringere ulteriormente lo spazio attorno al giocatore.
L’ambientazione ruota attorno alla Domherren, vascello fittizio ispirato ai veri sottomarini del tardo decennio Settanta. Qui l’orrore non arriva da una minaccia astratta e distante, ma dal corpo stesso dell’equipaggio perduto, ormai trasformato in strumento dello Sludge, presenza insidiosa che controlla i cadaveri e li rivolge contro chi è ancora vivo. Il protagonista si ritrova così intrappolato in una struttura metallica affondata nelle profondità, costretto a sopravvivere tra gelo, oscurità e assalti continui mentre prova a capire che cosa si nasconda davvero sotto la superficie.
Un survival horror che guarda ai classici senza cercare scorciatoie
Il cuore di Heavy Metal Death Can sembra stare nella sua adesione molto netta a una certa idea di survival horror. Il gioco promette inquadrature fisse, controlli tank con la possibilità di attivare anche una variante più moderna, gestione attenta delle risorse e una struttura dove ogni proiettile pesa. Non è quindi un horror costruito sulla potenza di fuoco o sulla spettacolarità immediata, ma su una progressione più tesa e ragionata, dove ogni rischio deve essere calcolato e ogni scontro può costare più di quanto sembri.
È una scelta coerente con il contesto. Dentro un sottomarino affondato non c’è spazio per l’abbondanza, e Heavy Metal Death Can sembra voler usare proprio questa condizione come principio di design. L’idea che non si possa semplicemente sparare a tutto ciò che si muove rafforza la pressione del luogo e restituisce centralità a quelle decisioni che nei migliori horror classici facevano davvero la differenza: avanzare o indietreggiare, conservare o consumare, esplorare ancora o chiudersi alle spalle una porta sperando di guadagnare qualche secondo.
Tra Guerra fredda alternativa, suono disturbato e labirinti mortali
Un altro elemento promettente è il lavoro sull’atmosfera. Krufs Productions insiste su una colonna sonora distorta e su un impianto sonoro pensato per mantenere alta la tensione, trasformando ogni ambiente in uno spazio di attesa e minaccia. In un gioco ambientato quasi interamente in un relitto sommerso, il suono può fare moltissimo, e tutto lascia pensare che Heavy Metal Death Can voglia usare silenzi, vibrazioni e rumori metallici come parte integrante della paura, non come semplice accompagnamento.
Anche l’impianto visivo sembra seguire questa stessa direzione. Il gioco unisce una grafica d’ispirazione rétro a tecniche di rendering più moderne, mantenendo però forte il richiamo a una sensibilità da survival horror classico. A questo si aggiungono level design non lineare, enigmi e incontri letali, elementi che dovrebbero dare alla Domherren la forma di un vero labirinto ostile più che di un semplice fondale. L’ucronia della Guerra fredda, infine, aiuta a dare personalità al progetto: uniformi, pannelli di controllo e interni nascono da una base storica riconoscibile, ma vengono piegati verso una realtà alternativa dove l’angoscia del profondo si salda con il decadimento del corpo e della materia. Se manterrà questa coerenza fino al lancio, Heavy Metal Death Can potrebbe ritagliarsi un posto interessante tra gli horror indipendenti più duri e compatti dell’anno.




