In Hermitage sopravvivere non significa restare integri, ma accettare di perdere ogni giorno una parte del proprio corpo e della propria memoria. L’horror in prima persona sviluppato da Sarthak Das e Katha Haldar è disponibile su PC tramite Steam. Ambientato nelle foreste dello Jharkhand, in India, il gioco conduce in un territorio nel quale la pioggia non si interrompe mai e qualsiasi fonte di sostentamento accelera una mutazione che modifica progressivamente il protagonista.
Acqua del lago, carne cacciata e frutta marcia permettono di superare un’altra notte, ma nessuna scelta è priva di conseguenze. Il giocatore deve pescare, raccogliere risorse, cacciare e mantenere acceso il fuoco, sapendo che ogni pasto contribuisce a ispessire le mani, incurvare la schiena e avvicinare il corpo alle creature che popolano il bosco. Non esiste quindi un percorso virtuoso o una soluzione capace di arrestare il deterioramento: l’unica vittoria possibile consiste nel raggiungere un’altra mattina grigia prima che la trasformazione divori anche ciò che resta dell’identità.
Una capanna, una radio e una partita giocata contro nessuno
Il rifugio è una capanna composta da una sola stanza, nella quale le azioni quotidiane assumono il valore di rituali contro l’isolamento. Una vecchia radio a valvole restituisce soprattutto scariche statiche, ma può nascondere una trasmissione; ai piedi del letto si trova un mazzo con cui iniziare una partita di Rang Milanti pensata per due persone, ormai disputata in completa solitudine. Al margine della radura, una maschera di Kali inchiodata a un albero permette invece di accendere una diya e pregare affinché la divinità custodisca ciò che è stato perduto.
Questi gesti alimentano un diario formato da quattordici annotazioni scritte a mano, che non compaiono secondo una sequenza prestabilita ma vengono attivate dalle esperienze affrontate. Una voce ascoltata alla radio, una preghiera o il primo mattino in cui il corpo non appare più riconoscibile possono far emergere nuovi frammenti di una storia legata a una moglie, una figlia e al dolore di un uomo rimasto solo. I valori della sopravvivenza smettono così di essere semplici indicatori e diventano parti di un racconto nel quale la fame, la paura e la mutazione traducono il lutto in qualcosa di fisicamente impossibile da ignorare.
La foresta impara a riconoscere ciò che stai diventando
La scarsità rende ogni decisione irreversibile. I fiammiferi sono limitati, il fucile arrugginito dispone di poche cartucce e il lago può essere sfruttato fino a esaurirne completamente la fauna. Anche la bussola, inizialmente capace di indicare la strada verso casa, diventa meno affidabile con l’avanzare della mutazione. Quando l’ago comincia a mentire, una figura piangente può apparire tra gli alberi, mentre i predatori diventano più aggressivi e finiscono per riconoscere nel protagonista qualcosa di simile a loro.
La morte è permanente e obbliga a ricominciare, lasciando come unico risultato il numero di mattine raggiunte. Realizzato in Godot da due sviluppatori, Hermitage rinuncia deliberatamente alla fantasia di potere e costruisce un’esperienza breve, difficile e scomoda, affidandosi a pioggia, suoni, nebbia e riferimenti alla cultura bengalese invece che allo spettacolo. La foresta non nasconde un mostro da sconfiggere: osserva un uomo cambiare lentamente, aspettando il giorno in cui non sarà più possibile distinguere il sopravvissuto da ciò che lo sta inseguendo.
