Inferno Protocol si presenta come un survival horror “puro” in prima persona, costruito attorno a un’idea tanto semplice quanto inquietante: sopravvivere in un labirinto vasto, illogico e in costante mutazione, dove l’orientamento è un lusso e ogni scelta può trasformarsi in un errore irreparabile. Sviluppato da Tektonic Interactive, il gioco è in arrivo su PC attraverso Steam nel corso del 1º trimestre del 2026, con una formula giocabile sia in solitaria sia in cooperativa fino a sei partecipanti, e con l’obiettivo dichiarato di mettere pressione dall’inizio alla fine.
L’esperienza ruota intorno all’esplorazione di una struttura gigantesca, descritta come estesa quanto 22.000 campi da football, e suddivisa in biomi che rappresentano universi differenti. Pareti curve, corridoi impossibili e geometrie che cambiano deliberatamente le regole dello spazio diventano così il cuore della paura: non tanto l’orrore dell’attacco improvviso, quanto quello più sottile di non sapere mai se si sta tornando indietro o entrando, ancora una volta, più a fondo.
Un labirinto multiversale che spezza la bussola mentale
La natura del labirinto è pensata per sabotare ogni sicurezza. La sua struttura circolare e cangiante interrompe la memorizzazione dei percorsi, costringendo a ragionare per punti di riferimento e segni lasciati sul campo, mentre le aree assumono identità visive e funzionali diverse in base al “mondo” che rappresentano. In questo contesto, la tensione nasce dal movimento stesso: attraversare uno spazio non significa soltanto avanzare, ma anche esporsi al rischio di perdere il filo, consumare risorse e ritrovarsi in un vicolo cieco quando l’aria, le munizioni o il tempo iniziano a scarseggiare.
A dare un minimo di respiro interviene una Safe Zone centrale, un punto di recupero che non ha l’ambizione di diventare rifugio definitivo, ma piuttosto quella di rimettere in piedi il giocatore dopo il fallimento. Qui entrano in gioco anche NPC con cui commerciare, in un’economia che abbandona l’idea del denaro per sposare una logica più spietata: l’unica valuta reale sono materiali, parti rare e ciò che si riesce a strappare al labirinto senza morire nel tentativo.
Crafting, siringhe e cooperativa: la sopravvivenza come compromesso
Sul piano delle meccaniche, Inferno Protocol insiste su una triade precisa: recuperare, costruire, rischiare. Le risorse sono limitate e il crafting non si ferma ai rottami più “puliti”, perché una parte centrale dell’equipaggiamento nasce letteralmente dai resti delle creature affrontate. Ossa, corazze, tessuti e organi diventano materiali da lavoro per armi e strumenti, in un’immaginario volutamente disturbante che rende ogni vittoria qualcosa di fisico, sporco e necessario.
Il combattimento, impostato su una base FPS, si intreccia con sistemi difensivi e trappole letali, suggerendo un approccio in cui l’aggressività non è sempre la risposta più intelligente. A rendere ancora più instabile la progressione c’è poi il sistema delle siringhe, oggetti capaci di garantire abilità e mutazioni, ma anche di trascinare verso conseguenze permanenti come danni duraturi, malattie e deformazioni. L’idea è chiara: potenziarsi significa scegliere, e scegliere significa accettare che il prezzo possa non essere immediatamente visibile.
In cooperativa, la sopravvivenza cambia faccia senza diventare più leggera. Il gioco supporta fino a sei giocatori e introduce una chat di prossimità che, in modo particolarmente crudele, può tradire la posizione del gruppo anche ai nemici. Coordinarsi, distribuire compiti, improvvisare strategie e gestire il caos umano diventa parte integrante dell’orrore, perché in un labirinto che non segue logiche affidabili anche la comunicazione può trasformarsi in un rischio.
Con demo e prologo annunciati come in arrivo “molto presto”, Inferno Protocol punta a ritagliarsi spazio tra i survival horror che non cercano scorciatoie: un’esperienza lunga, dichiaratamente tesa, dove il labirinto non è soltanto un’ambientazione, ma un antagonista attivo, capace di punire la fretta e premiare la lucidità. E soprattutto di ricordare, a ogni passo, che qui non si vince davvero: si resiste.




