Le città dei picchiaduro a scorrimento non dormono mai davvero: cambiano insegne, alzano qualche grattacielo in più, ma continuano a risolvere i propri guai nel modo meno civile possibile, cioè a pugni. Rushing Beat X: Return of Brawl Brothers, sviluppato da City Connection e pubblicato da Clear River Games, disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch 2 e PC tramite Steam, e qui provato su PlayStation 5, prende il vecchio lascito della trilogia conosciuta in Occidente come Rival Turf!, Brawl Brothers e The Peace Keepers e lo trasforma in un beat ’em up moderno, ancora ferocemente laterale ma più attento a combo, cancellazioni, gestione dello spazio e piccole finezze tattiche. Neo-Cisco torna così a essere il teatro di una nuova caccia al virus Zeekus, con Rick Norton, Douglas Bild e altri combattenti pronti a rimettere ordine dove la legge da sola non arriva.
La prima impressione è quella giusta: Rushing Beat X: Return of Brawl Brothers capisce molto bene che cosa renda ancora vitale il genere. Il colpo deve avere peso, la folla di nemici deve creare pressione, il livello deve invitare a procedere senza disperdere troppo il ritmo, e ogni sistema aggiuntivo deve servire il combattimento invece di soffocarlo. Il gioco parte da qui e costruisce attorno a questa base un impianto accessibile nella superficie e sorprendentemente più tecnico appena si prova a scavare. Le combo automatiche permettono anche ai meno avvezzi di entrare subito nell’azione, ma sotto quella porta spalancata ai principianti si nasconde un lavoro più raffinato su contrattacchi, annullamenti con scatto o salto, prese direzionali, lanci sullo sfondo e sfruttamento dell’arena. È il genere di modernizzazione che non cerca di travestire un classico da qualcos’altro, ma di renderlo più leggibile e più duttile.
La strada ritrova il passo
Il merito principale del gioco è il ritmo del combattimento. I sei personaggi giocabili hanno un’identità abbastanza marcata da modificare davvero il modo in cui si affrontano gli scontri, e questo basta già a dare varietà a una campagna che, presa in sé, non è lunghissima. La barra della rabbia e il Beat Rush aggiungono un’accelerazione ulteriore, premiando l’aggressività senza trasformare l’azione in un caos incontrollato. Quando si trova il tempo giusto tra combo, spostamenti, lanci e gestione delle armi raccolte lungo il percorso, Rushing Beat X: Return of Brawl Brothers sa restituire quel piacere immediato e quasi fisico che i migliori beat ’em up portano con sé da decenni. Non si limita a evocare i 16 bit: prova a farli respirare meglio.
Anche la struttura dei livelli mostra una certa cura. I nove stage non sono soltanto corridoi da liberare con la forza bruta, ma spazi in cui oggetti, distruzioni sullo sfondo, missioni secondarie e checkpoint con il food truck Tuff E Nuff contribuiscono a dare alla progressione un minimo di respiro strategico. Il sistema del cibo, in particolare, è una trovata simpatica e utile: combinare tre alimenti per ottenere cure migliori o effetti particolari non rivoluziona il genere, ma introduce una piccola logica di preparazione che si integra bene nel flusso generale. In cooperativa locale per due giocatori, poi, il titolo acquista una naturalezza ancora più evidente, perché tutto ciò che funziona in solitaria si amplifica nella condivisione dello spazio, degli errori e di quel disordine controllato che il picchiaduro a scorrimento sa rendere così godibile.
Dove il revival si trattiene
I limiti emergono soprattutto quando si guarda oltre la bontà del sistema di base. La campagna è compatta, energica, spesso divertente, ma anche piuttosto contenuta: una volta arrivati ai titoli di coda, la sensazione è di aver attraversato un gioco solido ma non particolarmente generoso nel corredo. Manca quel surplus di modalità che avrebbe potuto allungarne la vita in modo più creativo, e l’assenza di un’opzione online finisce per pesare più del dovuto, specie in un titolo che in cooperativa locale sprigiona gran parte del suo fascino. L’impressione è che Rushing Beat X: Return of Brawl Brothers preferisca concentrarsi quasi esclusivamente sul nocciolo duro del combattimento, lasciando scoperti alcuni margini di crescita che oggi fanno differenza.
Anche la curva di difficoltà non è sempre impeccabile. Il sistema ha profondità, ma il gioco non costringe davvero il giocatore a esplorarla in ogni suo anfratto: certe soluzioni semplici restano efficaci più a lungo del previsto, mentre alcuni picchi di pressione arrivano con una bruschezza che sembra meno studiata del resto. I nemici, pur funzionando bene come massa d’urto, finiscono talvolta per riproporre archetipi familiari senza una crescita qualitativa altrettanto netta. Questo non compromette il piacere dello scontro, ma sottrae un poco di mordente al tratto finale dell’avventura, dove il titolo avrebbe beneficiato di una maggiore fantasia sia nelle minacce sia nelle modalità di valorizzare il proprio impianto tecnico.
Neo-Cisco tra memoria e concretezza
Sul piano audiovisivo il gioco sceglie una strada di buon senso, e la percorre con sufficiente sicurezza. L’estetica conserva il gusto massiccio dei classici Jaleco, ma lo ripulisce con una chiarezza moderna che rende ogni colpo leggibile e ogni personaggio riconoscibile. Centri commerciali, bassifondi, metropolitane e laboratori non reinventano l’alfabeto del genere, però lo maneggiano con una certa dignità, senza ostentazione e senza pigrizia eccessiva. Alcuni stage hanno più personalità di altri, e il colpo d’occhio generale convince più per compattezza che per estro, ma il risultato resta coerente con l’anima del progetto.
Anche il sonoro accompagna con efficacia, pur senza toccare vette memorabili. Le tracce sostengono bene l’azione, gli impatti hanno energia e l’insieme conserva una buona temperatura arcade. Dove il pacchetto diventa meno facile da consigliare in modo trasversale è nella localizzazione: su PlayStation 5 le lingue a schermo comprendono inglese, francese, spagnolo e tedesco, ma manca l’italiano. Per orientarsi nel gioco non è un ostacolo insormontabile, perché il genere resta leggibile già nelle sue regole elementari, ma nei passaggi narrativi e nella ricucitura della vecchia continuità giapponese il limite si sente. In definitiva, Rushing Beat X: Return of Brawl Brothers è un ritorno riuscito, capace di onorare la serie e di renderla di nuovo piacevole da giocare oggi, ma ancora a un passo da quella completezza che distingue un ottimo revival da un riferimento contemporaneo del genere.
Il giudizio finale, perciò, resta favorevole ma non incondizionato. Rushing Beat X: Return of Brawl Brothers è consigliato senza troppe riserve a chi ama i beat ’em up classici, a chi cerca una cooperativa locale solida e a chi apprezza sistemi di combattimento semplici da comprendere ma più profondi di quanto sembri. Può risultare un ottimo ingresso anche per chi ha conosciuto il genere solo attraverso i suoi interpreti più recenti e vuole capire da dove arrivi una certa grammatica della rissa a scorrimento. Meno indicato, invece, per chi pretende grande abbondanza di modalità, supporto online e una longevità costruita su contenuti laterali più robusti. In quel caso il rischio è di riconoscerne i meriti senza avvertire davvero la necessità di fermarsi a Neo-Cisco più del dovuto.








