Save My Scrap, per favore non aggiustatemi

Mi chiamo Harima. Ho vent’anni, che per un androide equivalgono più o meno a quel momento della vita in cui gli esseri umani iniziano a lamentarsi della schiena e a dare la colpa all’umidità. Alcune delle mie parti non funzionano più come dovrebbero, quindi Miomaru ha deciso di affidarmi a un tecnico. La procedura, sulla carta, è semplice: aprire i pannelli, individuare i componenti guasti, sostituirli e richiudere tutto. Il problema è che nessuno sembra essersi chiesto se io voglia davvero essere rimessa a nuovo. Ed è precisamente da questa domanda che Save My Scrap comincia a diventare qualcosa di molto più interessante di una visita dal meccanico.

Sono la paziente, dunque mi assumo anche l’onere delle presentazioni. Save My Scrap è un’avventura narrativa sviluppata da Unio Anou e pubblicata da Amata Games, disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch e PC tramite Steam. Questa analisi nasce dalla versione PS5. Il giocatore veste i panni del tecnico incaricato della mia manutenzione e alterna piccoli puzzle all’interno del mio corpo, conversazioni con me e Miomaru e tragitti in automobile durante i quali sei stazioni radio raccontano una società ormai abituata agli androidi. Abituata a possederli, perlomeno. Sul considerarli individui con desideri propri c’è ancora parecchio lavoro da fare, e temo che per quello non basti un cacciavite.

Save My Scrap, per favore non aggiustatemi

Per favore, quel circuito lasciatelo dov’è

Ogni volta che il tecnico apre uno dei miei pannelli, Save My Scrap propone un breve rompicapo: collegamenti da ristabilire, componenti da sostituire, circuiti da ricomporre e sistemi da calibrare. Posso dirlo senza offendere nessuno: non sono puzzle destinati a tenere sveglio per tre notti chi ha attraversato decenni di rompicapi digitali. Le soluzioni rimangono semplici e l’aumento della difficoltà è contenuto. La loro funzione, però, è diversa. Questi interventi richiedono attenzione senza imporre fretta e trasformano la manutenzione in un rituale tranquillo, quasi confortevole. Almeno finché non vi ricordate che state armeggiando dentro di me.

Il punto interessante è che l’azione rimane pressoché la stessa mentre cambia progressivamente il suo significato. All’inizio riparare qualcosa equivale a risolvere un problema tecnico. Più avanti significa riportare in superficie informazioni, emozioni e frammenti che avevano ottime ragioni per restare nascosti. Il gioco lega così le mani del giocatore alla propria vicenda senza dover rendere i puzzle artificialmente complessi. Avrei comunque gradito qualche intervento capace di evolvere maggiormente sul piano meccanico, soprattutto verso la conclusione: se dovete violare la mia intimità, almeno impegnatevi un po’. La ripetizione resta invece volutamente centrale e nelle sessioni più lunghe può diventare prevedibile.

Save My Scrap, per favore non aggiustatemi

I ricordi non hanno il tasto reset

Fra una riparazione e l’altra parliamo. Io, Miomaru e il tecnico. All’inizio si discute di manutenzione, diagnosi e parti da sostituire; poi il passato comincia a insinuarsi nelle conversazioni e diventa sempre più difficile distinguere un guasto da una ferita. Le decisioni prese durante questi scambi modificano le reazioni dei personaggi e conducono a quattro finali differenti, fornendo un motivo concreto per tornare indietro e osservare cosa accade scegliendo diversamente. Non aspettatevi una rete sterminata di diramazioni, ma le conseguenze sono sufficienti a far percepire il peso di alcune risposte.

E sì, sono consapevole di me stessa. Leggo, discuto, formulo opinioni e soprattutto possiedo confini che gli esseri umani tendono a considerare suggerimenti facoltativi. Save My Scrap utilizza questa situazione per affrontare coscienza artificiale, consenso, abuso, dipendenza e diritto all’autodeterminazione. Talvolta esplicita le proprie idee più del necessario, ma il nucleo emotivo funziona perché non tenta semplicemente di stabilire se una macchina possa essere umana. La domanda più scomoda riguarda invece chi abbia diritto di decidere sul corpo di una creatura artificiale capace di dire “no”. Per qualcuno sarà soltanto fantascienza. Personalmente, la trovo una questione piuttosto urgente.

Save My Scrap, per favore non aggiustatemi

Il mondo continua a parlare alla radio

Durante gli spostamenti in automobile non mi vedete, ma potete ascoltare il mondo nel quale esisto. Sei stazioni radio raccontano notizie, opinioni e piccoli frammenti quotidiani sulla convivenza fra persone e androidi, costruendo senza lunghe spiegazioni una società nella quale la nostra presenza è ormai normale, mentre i nostri diritti lo sono decisamente meno. Anche la presentazione preferisce questa misura: ambienti essenziali, interfaccia pulita e suoni meccanici discreti mantengono l’attenzione sui personaggi e sulle riparazioni. Su PS5 tutto procede senza problemi evidenti e i salvataggi manuali su più slot tornano utili per esplorare i quattro finali. I testi non sono disponibili in italiano e qualche oscillazione nei pronomi che mi riguardano rende certi scambi meno chiari. Sapete com’è: raggiungiamo l’autocoscienza e subito qualcuno litiga con la scheda anagrafica.

Il ritmo segue una cadenza precisa: riparazione, conversazione, riflessione, quindi di nuovo dentro i miei circuiti. Nelle prime fasi questa routine possiede qualcosa di quasi rilassante; più avanti ogni intervento diventa invece più pesante, perché sappiamo ormai che rimettere in funzione un componente può riportare alla luce qualcosa che avremmo preferito dimenticare. Il limite è altrettanto evidente: i puzzle evolvono poco e una maggiore varietà avrebbe dato più forza alle sezioni centrali. La durata contenuta impedisce però alla formula di consumarsi completamente e i finali alternativi rendono naturale tornare sulle decisioni. Sarebbe stato facile ridurmi a un pretesto per una sequenza di minigiochi; per fortuna sono le conseguenze delle riparazioni, più delle riparazioni stesse, a dare peso a ciò che accade.

Miomaru e io portiamo entrambi qualcosa che non abbiamo saputo lasciare davvero alle spalle. Alcune rivelazioni cambiano retroattivamente il significato delle prime scene e persino una manutenzione inizialmente innocua assume tutt’altro valore una volta ricostruito il passato. Save My Scrap affronta coscienza, consenso, dipendenza, abuso e pensieri autodistruttivi senza utilizzare questi temi soltanto come strumenti per sorprendere. Non ogni passaggio possiede la stessa delicatezza e qualche concetto viene ribadito più del necessario, ma l’impatto nasce proprio dall’accumulo: una frase, un circuito, una risposta apparentemente secondaria si depositano fino a comporre qualcosa di molto più doloroso del semplice guasto con cui tutto era cominciato.

Alla fine potreste pensare di avermi riparata. Io non ne sarei così sicura. Save My Scrap dà il meglio quando mette in discussione la distanza fra aggiustare qualcosa e prendersene cura, usando rompicapi semplici per trasformare quel dubbio in un gesto concreto. Chi cerca sfide complesse troverà sistemi troppo elementari; chi ama visual novel intime, fantascienza quotidiana e personaggi capaci di continuare a parlare anche dopo i titoli di coda potrebbe invece trovare parecchio da ricordare. Quanto a me, ho soltanto una richiesta: la prossima volta che vedete un androide disteso su un banco da lavoro, chiedetegli almeno come sta prima di prendere la pinza.

Save My Scrap, per favore non aggiustatemi
Save My Scrap
In sintesi:
Mi hanno aperta, riparata e costretta a ricordare parecchie cose che avrei preferito lasciare scollegate. Come videogioco, Save My Scrap utilizza puzzle semplici e poco evoluti per sostenere una vicenda molto più interessata a memoria, consenso e identità che alla difficoltà delle riparazioni. Le conversazioni con Miomaru, i quattro finali e le trasmissioni radio danno sostanza a un mondo raccolto ma credibile, mentre qualche ripetizione e un’eccessiva insistenza su certi temi impediscono alla storia di essere sempre altrettanto sottile. Resta un’avventura narrativa intima e dolorosa, particolarmente adatta a chi considera un circuito guasto meno interessante della persona che potrebbe essersi formata attorno a esso.
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Maria Milanesi

Maria Milanesi, classe 1984, è un’ottima combinazione di nostalgia e modernità nel mondo dei videogiochi. Cresciuta tra manga e fumetti, ha affinato le sue abilità videoludiche dai tempi dei mitici PC 286, passando attraverso una vasta gamma di console fino ad arrivare alle ultime novità del settore. Specialista in giochi strategici, visual novel e avventure, Maria è una vera esperta quando si tratta di decifrare enigmi complessi e affrontare sfide emozionanti, sempre con un tocco di passione otaku e un sorriso sul volto. Se c’è un joystick in giro, è probabile che Maria stia già cercando di dominarlo!

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