Ci sono giochi che guardano al passato per nostalgia e altri che lo usano come linguaggio per raccontare qualcosa di nuovo. Serene Estates: The Last Guy, disponibile su PC attraverso Steam dal 24 marzo, appartiene chiaramente alla seconda categoria. Sviluppato da Team Serene, il titolo si presenta come un action adventure indie fortemente ispirato all’immaginario Y2K e all’atmosfera dei giochi dell’epoca PlayStation 2 e GameCube, ma trasporta quelle suggestioni dentro una struttura sotterranea distopica in cui il futuro promesso dalle macchine si è trasformato in una gabbia silenziosa e opprimente.
Il giocatore si risveglia da solo all’interno di Serene Estates, enorme complesso abitativo creato per proteggere la civiltà dal mondo esterno. Quello che resta, però, non è un rifugio rassicurante, bensì un luogo in cui le luci continuano a lampeggiare, i sistemi automatici operano ancora senza sosta e ogni corridoio sembra custodire il residuo di uno scopo ormai svuotato di ogni umanità. L’ambientazione diventa così il vero motore dell’esperienza, un organismo artificiale che osserva, regola e soffoca, restituendo fin da subito una sensazione di isolamento e inquietudine.
Un omaggio ai giochi dei primi anni Duemila
Serene Estates: The Last Guy costruisce la propria identità richiamando apertamente il linguaggio dei giochi 3D d’inizio millennio, quelli in cui l’atmosfera contava più della guida costante e l’esplorazione era affidata soprattutto all’attenzione del giocatore. Team Serene recupera quell’approccio attraverso ambienti dal gusto low poly, interfacce ispirate al Frutiger Aero, un ritmo volutamente più misurato e una struttura che lascia respirare il mistero invece di spiegarlo subito.
I riferimenti evocati dal team comprendono titoli come Oddworld, Jak and Daxter e Ratchet & Clank, ma l’obiettivo non sembra essere la semplice imitazione. Il gioco prova piuttosto a rielaborare quella sensibilità in chiave più cupa, mescolando vulnerabilità, movimento fluido, piccoli enigmi ambientali e un design degli spazi interconnesso che invita a osservare e sperimentare. Ne emerge una proposta che si rivolge chiaramente a chi rimpiange un periodo in cui il videogioco chiedeva più attenzione all’ambiente e meno dipendenza da indicatori e spiegazioni continue.
Una struttura viva, ostile e piena di segreti
Il cuore del gioco è proprio Serene Estates, struttura concepita non come semplice scenario, ma come macchina vivente. I giocatori dovranno attraversarne sezioni dimenticate, scoprire meccanismi nascosti, risolvere puzzle ambientali e sopravvivere a incontri con automi che hanno smesso di servire l’umanità nel senso originario del termine. Ogni ala del complesso racconta un mondo in cui l’ottimismo tecnologico dei primi Duemila e il futurismo aziendale pulito di quell’epoca si sono deformati in qualcosa di estraneo, decadente e minaccioso.
In questo equilibrio tra esplorazione, tensione e narrazione minimale, Serene Estates: The Last Guy cerca dunque di distinguersi nel panorama indie contemporaneo. Più che inseguire mode recenti, guarda a un altro tempo del medium e ne recupera il piacere della scoperta lenta, della lettura ambientale e della costruzione di un immaginario forte attraverso architetture, interfacce e suono. Anche la colonna sonora, influenzata dallo stile dei primi anni Duemila, contribuisce a rendere il progetto una proposta molto coesa, radicata in un’estetica precisa e usata non come ornamento, ma come sostanza stessa dell’esperienza.




