The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline, il peso dell’attesa

Ogni trentatré anni la famiglia Alighieri deve ripetere un Rituale per impedire che la barriera fra due realtà ceda, e questa volta il compito ricade su Gabriele. The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline parte da una responsabilità ereditata prima ancora che scelta: il protagonista torna nella villa di famiglia, raccoglie ciò che i suoi predecessori hanno lasciato e prova a capire perché quel cognome comporti un obbligo tanto preciso. One O One Games costruisce attorno a questa premessa un thriller psicologico fondato sull’attesa, sul silenzio e sulla curiosità. La tensione non deriva tanto dalla possibilità che qualcosa assalga Gabriele, quanto dal sospetto che ogni stanza, documento o ricordo possa aggiungere un pezzo a una storia familiare dalla quale lui stesso ha cercato di prendere le distanze.

Pubblicato da Entalto Publishing e C&R Creative Studios e disponibile anche su Xbox Series X|S e Steam, The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline sceglie deliberatamente di rinunciare al combattimento. Non è una mancanza da colmare, ma una decisione che definisce l’intera esperienza: Gabriele osserva, legge, risolve enigmi e ricostruisce ciò che è successo agli Alighieri mentre la villa si collega all’Immersione, una seconda realtà dai contorni più astratti. Tutto dipende quindi dalla capacità dell’esplorazione di mantenere viva la curiosità e delle scoperte di dare sostanza al Rituale. Quando queste due componenti procedono insieme, il gioco riesce a creare inquietudine con mezzi molto semplici; quando il racconto rallenta, la struttura mostra invece con maggiore chiarezza i propri limiti.

The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline, il peso dell’attesa

Quando il pericolo è soltanto un’ipotesi

La villa è il luogo in cui questa impostazione trova la propria forma migliore. Stanze abbandonate, oggetti personali e tracce di una famiglia dalla storia tutt’altro che serena sfruttano un meccanismo psicologico elementare ma efficace: sappiamo che Gabriele si trova lì per impedire qualcosa di grave, ma per lunghi tratti il pericolo rimane soltanto suggerito. Il risultato è un’inquietudine costruita sull’anticipazione. Un ambiente poco illuminato o un oggetto lasciato da un membro della famiglia acquistano importanza perché potrebbero contenere la spiegazione di ciò che stiamo cercando, non perché nascondano necessariamente una minaccia. Quando piccoli indizi e scenografia riescono a mantenere questa ambiguità, The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline lascia lavorare bene l’immaginazione.

Il meccanismo diventa meno efficace quando i ritrovamenti cominciano ad avere un peso molto diverso fra loro. Un documento sulla genealogia può chiarire perché il cognome Alighieri abbia conseguenze concrete per Gabriele; una pagina legata al Rituale può precisare ciò che gli viene richiesto; altri materiali, invece, aggiungono soprattutto un altro tassello alla cronologia familiare. È in questi momenti che l’esplorazione perde parte della propria presa: continuiamo a raccogliere informazioni, ma non sempre ciò che apprendiamo cambia davvero la situazione del protagonista. Il mistero resta comprensibile e la storia procede, però la distanza fra Gabriele e il giocatore si riduce meno di quanto sarebbe necessario per dare alle rivelazioni un autentico peso personale.

The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline, il peso dell’attesa

Guardare non basta, bisogna capire

Gli enigmi sono per questo una componente importante dell’esperienza. Costringono a usare le informazioni raccolte, a osservare con maggiore attenzione ciò che circonda Gabriele e a trasformare almeno una parte dell’indagine in un’attività concreta. Quando una soluzione nasce da qualcosa notato poco prima, la villa smette di essere soltanto il contenitore della storia e diventa parte del problema da risolvere. È una dinamica che spezza bene i momenti più passivi e dà un motivo pratico alla ricerca di dettagli. Non tutti gli enigmi hanno naturalmente lo stesso peso, ma il loro ruolo è chiaro: impedire che pagine, testimonianze e ricordi riducano l’esperienza a una successione di informazioni da raccogliere.

Proprio il racconto mostra invece maggiori difficoltà nel far evolvere Gabriele insieme alle nostre conoscenze. All’inizio è un uomo che torna per assumersi un compito ereditato; andando avanti scopre perché il Rituale esista, che cosa abbiano lasciato dietro di sé le generazioni precedenti e quanto la sua identità sia legata a quella discendenza. Sono elementi che dovrebbero modificare progressivamente il suo rapporto con la famiglia: non soltanto dirgli che cosa deve fare, ma cambiare il modo in cui considera chi lo ha preceduto e il peso che gli è stato consegnato. Questo passaggio rimane invece debole. Gabriele accumula risposte, ma troppo raramente una nuova verità sembra trasformarlo quanto dovrebbe, e finisce spesso per essere il tramite attraverso cui scopriamo la storia degli Alighieri più che il personaggio che quella storia sta realmente cambiando.

The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline, il peso dell’attesa

Due realtà per lo stesso lascito

La differenza fra Villa e Immersione è immediata. Nella prima si lavora su tracce concrete: pagine, oggetti, documenti, ricordi e ambienti familiari. Nell’altra il gioco abbandona quella dimensione domestica per spazi più astratti e immagini maggiormente legate al viaggio interiore di Gabriele. Il cambio di scenario evita che tutta l’avventura mantenga lo stesso registro e permette a One O One Games di richiamare la Divina Commedia senza trasformare il percorso in una riproduzione di gironi e dannati. La citazione diventa così soprattutto visiva e simbolica, mentre la villa rimane il luogo in cui si comprendono fatti, rapporti e responsabilità tramandate.

Più interessante del contrasto fra i due scenari è ciò che queste scoperte dovrebbero produrre su Gabriele. Ogni informazione sul Rituale restringe progressivamente le sue possibilità: ciò che all’inizio appare come un compito imposto dalla famiglia diventa qualcosa che riguarda direttamente la sua posizione all’interno di quella stirpe. Sapere che altri Alighieri hanno già portato lo stesso peso dovrebbe costringerlo a decidere quanto accettare dell’eredità ricevuta e quanto invece rifiutare. La storia possiede quindi materiale sufficiente per raccontare un uomo che passa dalla riluttanza alla consapevolezza, ma questa trasformazione resta troppo trattenuta. Le informazioni aumentano con maggiore evidenza delle conseguenze emotive, e il protagonista arriva alle fasi successive del viaggio più informato che realmente cambiato.

È questo, più della semplicità delle azioni o dell’assenza di scontri, a limitare The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline. La scelta di concentrare tutto su esplorazione e racconto avrebbe avuto bisogno di un Gabriele capace di assorbire visibilmente ciò che scopre: il peso dei predecessori, il significato del Rituale, l’impossibilità di considerare il proprio cognome soltanto un dettaglio genealogico. Invece la vicenda chiarisce gradualmente il passato con maggiore efficacia di quanto trasformi il presente del protagonista. Alla fine sappiamo perché Gabriele sia tornato, comprendiamo meglio ciò che gli Alighieri hanno tramandato e conosciamo la responsabilità che lo aspetta, ma raramente sentiamo che quelle risposte abbiano modificato lui con la stessa forza con cui hanno completato il mistero.

The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline, il peso dell’attesa
The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline
In sintesi:
The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline sceglie con decisione la strada del thriller psicologico contemplativo, affidando a esplorazione, enigmi, documenti e atmosfera il compito di sostenere l’intera esperienza. Villa Alighieri possiede una presenza efficace e l’alternanza con l’Immersione offre varietà visiva, mentre il Rituale e la genealogia familiare forniscono una premessa abbastanza forte da alimentare la curiosità. A frenare il risultato è soprattutto una narrazione che accumula spiegazioni e rivelazioni senza trasformarle sempre in tensione o coinvolgimento emotivo della stessa intensità. Restano buone suggestioni e alcune idee interessanti, ma il mistero promette più profondità di quanta il racconto riesca infine a sviluppare.
63

Arturo Bellandi

Vecchio nerd di anime, manga e fantasy digitali. Quasi professore, completamente cavaliere: gioca, insegna e racconta come se ogni videogioco fosse una leggenda da tramandare.

Altri articoli che potrebbero interessarti:

Lascia un commento