Il cyberpunk può ancora graffiare quando rinuncia alla superficie lucida e torna a sporcarsi di ruggine, carne e distorsioni analogiche. Voltage High Society, sviluppato da Platonic Partnership e pubblicato da Coyote Time Publishing, è disponibile nella versione 1.0 su PC tramite Steam, portando a compimento un progetto che mescola sparatutto in prima persona, combattimento corpo a corpo e struttura esplorativa da metroidvania.
Il gioco viene definito dal team un “retro-puncher”, formula che chiarisce subito il peso dato all’impatto fisico degli scontri. Invece di limitarsi alla grammatica classica dello sparatutto, Voltage High Society mette al centro pugni, potenziamenti cibernetici e una progressione basata sull’acquisizione di nuove capacità, spingendo il giocatore a farsi strada in un’isola ostile popolata da incubi meccanici e organismi deformati.
Un prigioniero senza nome in un’isola di metallo e carne
La premessa narrativa segue un prigioniero senza nome, gettato come un rifiuto su una vasta isola dominata da orrori cibernetici. La sopravvivenza non passa soltanto dalla violenza immediata, ma da una trasformazione progressiva: bisogna recuperare armi, ottenere abilità capaci di piegare la realtà e smantellare, pezzo dopo pezzo, il sistema di controllo costruito dai propri carcerieri. La crescita del personaggio diventa quindi parte della stessa identità body horror del gioco, dove evolvere significa anche perdere qualcosa della propria forma originaria.
Le ispirazioni dichiarate raccontano bene il tono dell’opera. Il body horror viscerale di Tetsuo: The Iron Man, l’atmosfera cupa di 1997: Fuga da New York e la struttura esplorativa della serie Metroid Prime si intrecciano in una visione volutamente ruvida, fatta di tecnologia malata, spazi oppressivi e violenza ravvicinata. L’estetica a bassa fedeltà non è un semplice filtro nostalgico, ma una scelta precisa per evocare il cinema underground degli anni Novanta, con immagini sporche, energia da camera instabile e un senso costante di minaccia industriale.
Il ritorno allo spirito dei mod dei primi anni Duemila
Il combat system punta su colpi pesanti, leggibilità dell’impatto e gratificazione immediata, mentre la progressione da metroidvania consente di sbloccare nuove aree attraverso upgrade cibernetici e strumenti sempre più estremi. Ogni potenziamento non serve soltanto a rendere più forte il protagonista, ma modifica il rapporto con l’isola, aprendo passaggi prima inaccessibili e trasformando la mappa in un organismo da esplorare con mezzi sempre meno umani.
Dietro Voltage High Society c’è anche una precisa memoria produttiva. Il game director Henri Tervapuro ha iniziato il proprio percorso nella comunità di modding di Half-Life, prima di maturare anni di esperienza come designer professionista. Con questo progetto ha voluto recuperare lo spirito spontaneo dei mod dei primi anni Duemila, fatto di idee aggressive, sperimentazione e libertà creativa, ma con strumenti moderni capaci di ridurre i limiti tecnici e concentrare il lavoro sulla visione del gioco.
Il risultato è un titolo che sembra guardare al passato non per riprodurlo in modo sterile, ma per recuperarne l’urgenza. Voltage High Society non cerca la pulizia del cyberpunk più elegante, bensì il rumore, la distorsione e la brutalità di un futuro costruito con ferraglia, nervi scoperti e immagini disturbate. La versione 1.0 segna così il momento in cui questa miscela di sparatutto, pugni, esplorazione e body horror esce definitivamente dall’officina per mostrarsi nella sua forma completa.







